La paura di stare bene

(Articolo pubblicato nel corso della mia attività di operatrice olistica)

Nella mia pratica professionale e di volontariato ultimamente mi sono trovata di fronte ad una realtà che non avrei mai pensato potesse esistere. Ho intrapreso questo percorso mossa dall’esigenza interiore di portare aiuto alle persone che soffrono per qualche disagio fisico o emotivo. Nella mia convinzione, e credo che si tratti di un’opinione comune, la persona che soffre possiede un solo desiderio: stare meglio, rimuovere la causa del suo male. Eppure mi sto rendendo conto che molto spesso non è così. O meglio, il recupero del benessere non rappresenta per molti l’esigenza primaria, esiste qualcosa che possiede una valenza superiore. Si tratta della necessità di controllo sulla realtà, l’illusione di possedere tramite il proprio comportamento e il proprio pensiero, le redini assolute, la capacità di manipolare il proprio destino, gli eventi a venire, prevedendo gli sviluppi della propria vita, il dipanarsi del filo che conduce i propri passi uno dietro l’altro incanalati in un binario certo, diritto, pronosticabile. Questo è per moltissime persone l’indirizzo prioritario dei propri sforzi. La necessità di sentirsi bene, del proprio benessere, viene in secondo piano. Sto percependo questo sentimento profondo sempre di più nelle persone con cui vengo in contatto. Le scuse con le quali molte persone declinano l’offerta ad usufruire di trattamenti olistici, naturali, sono molteplici: alcuni accampano la convinzione che siano inefficaci, blandi palliativi o addirittura placebo, altri sfruttano vari impedimenti contingenti, rinviando la propria presa di posizione. Eppure sto leggendo, dietro alle “scuse ufficiali”, una netta, inequivocabile sensazione di paura. Analizzando la mia chiara percezione, mi sono chiesta quale fosse l’elemento comune alle differenti situazioni personali che le riunisse in un unico, sabotante impedimento al proprio benessere. Ed è emersa la necessità di prevedere esattamente gli sviluppi del ricorso agli strumenti di risoluzione del disagio, anche se essi conducono ad una risposta provvisoria, incompleta, se agiscono in maniera cruenta, invasiva, carica di effetti collaterali assai gravosi.

La medicina ufficiale, allopatica, costituisce in molti caso un valido aiuto nel corso della manifestazione di un disagio fisico, recando un immediato sollievo al dolore oppure ad altri sintomi in vario modo fastidiosi o invalidanti. Spesso ottiene anche la rimozione dell’apparente causa del disagio, come nel caso degli antibiotici o dell’intervento chirurgico. Non intendo né sconsigliare il ricorso alla medicina ufficiale né criticarla, ma ad essa è bene che si affianchi qualcosa in grado di sostenere la persona in un percorso differente, poiché la realtà profonda del processo di ripristino del benessere della persona è ben altro, un concetto molto più profondo e duraturo che necessita di un approccio completamente diverso dalla risoluzione rapida di un disagio contingente.

Quello che mi preme portare all’attenzione del paziente lettore, per adesso, è lo stato d’animo comune a molti nell’incontro con l’azione naturale degli strumenti olistici.

Una serie di trattamenti olistici, un percorso di riequilibrio energetico e di aumento della consapevolezza, conducono la persona all’esplorazione cosciente, inconscia ed esperienziale al tempo stesso, delle cause profonde del disagio, il contatto con i propri blocchi, limiti, spesso anche inconsapevole, ma sempre sperimentabile oggettivamente, comporta l’allentamento delle tensioni, delle rigidità, il lasciarsi andare, il “mollare le briglie” dell’atteggiamento di controllo costante su se stessi e sulla realtà. È questo che spaventa molte persone. È questo che molti intendono evitare, rifiutando il ricorso agli strumenti olistici. Preferiscono continuare ad obbedire alla miope illusione che gli eventi cui andiamo incontro siano manipolabili, prevedibili, incanalabili nella direzione voluta. Eppure se così fosse non capiterebbero incidenti, non interverrebbero malattie, disastri, vivremmo tutti in una beata realtà idilliaca. È necessario possedere un focus ben preciso sulla direzione che prendiamo, sui nostri obiettivi, avere un quadro definito di ciò che intendiamo perseguire e costruire, ma i dettagli del percorso che ci condurrà alla meta non saranno mai sotto il nostro controllo, la via da percorrere non sarà mai lineare o prevedibile, ma procederà tramite svolte e deviazioni inimmaginabili, alle quali di volta in volta adattarsi per mantenere la bussola nella direzione voluta, senza farci travolgere o bloccare. La comprensione di questa verità è fondamentale per il nostro benessere e la nostra serenità, e imparare a lasciarsi andare, staccare gli occhi dal timone, rilassarci, anche tramite gli strumenti olistici, è una tappa necessaria della nostra evoluzione. Resistere è lottare contro i mulini a vento.

Il ricorso alla soluzione facile e immediata, anche se a volte invasiva, colma di effetti collaterali, faticosa, spesso comunque temporanea, comporta sempre e comunque l’andare incontro a conseguenze conosciute prevedibili, registrabili, statisticamente esplorate. E questo tranquillizza, poiché obbedisce ancora alla mania di controllo, al dominio onnipresente della mente. Approcciarsi ad un percorso naturale, in linea con tutti i livelli dell’essere, che agisce in profondità, alla radice, che tende al riequilibrio complessivo, che stimola la naturale capacità di autoguarigione della persona, significa aprire le porte ad una realtà sconosciuta, interiore e superiore al tempo stesso. Significa gettare lo sguardo oltre il prevedibile, il misurabile, l’ordinario, e questo spaventa. Perché stimola domande, fa vacillare certezze, non è esperibile razionalmente ma sensitivamente, comporta l’arrendersi al fluire delle cose, sebbene i risultati siano spesso innegabili, oggettivi, apportatori di un benessere reale, totale, profondo. Viene spesso preferito un continuo stato controllato e gestibile di malessere, ad uno di imprevisto benessere non riconducibile a cause scientificamente dimostrabili.

Così, nonostante i trattamenti naturali, olistici, siano sempre proposti in affiancamento e mai in sostituzione della medicina allopatica, sto vedendo il ricorso ad essi ostacolato non dall’idea che siano inutili, ma anzi, dalla paura che funzionino, dalla “paura di stare bene”.

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